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Pet parents: benvenuti in un club di cui (finalmente) non ci vergogniamo più
Fino a dieci anni fa, dire di essere il «genitore» del proprio gatto suscitava qualche sorriso. Un sorriso gentile, educato, accompagnato da quell'espressione che sembrava dire: «Ma l'ha detto davvero?». Oggi, questo termine ha una pagina Wikipedia tutta sua, studi sociologici dedicati, un giro d'affari di diversi miliardi e persino battaglie ereditarie davanti al notaio.
Il pet parent non è più una battuta privata tra amanti degli animali. È un fenomeno sociale documentato, misurato e, a quanto pare, destinato a durare.
Non vi chiederemo quindi di giustificarvi perché chiamate il vostro cane «figlio mio» o perché festeggiate il suo compleanno con una torta senza zucchero. Preferiamo portarvi a fare un giro del mondo alla scoperta di questo fenomeno, capire da dove nasce realmente, sorridere un po' dei nomi che diamo ai nostri amici pelosi e concludere con alcune storie di eredità che dimostrano come l'amore per un animale possa talvolta trasformarsi in una vera e propria telenovela giudiziaria.
Caffè alla mano? Si parte.
Un giro del mondo (non esaustivo) dei più grandi pet parents
Se dovessimo stilare una classifica mondiale dell'amore per gli animali, l'America Latina farebbe incetta delle prime posizioni a testa alta.
Argentina e Messico sono in cima alla classifica, con l'80% delle famiglie che possiede un animale domestico, seguiti dal Brasile con il 75%. Subito dietro troviamo la Russia con il 73% e gli Stati Uniti con il 70%.
La Francia si attesta intorno al 65% delle famiglie con un animale domestico. Un risultato che ci colloca comodamente nel gruppo di testa, anche se non possiamo ancora pretendere la medaglia d'oro.
Nel Vecchio Continente, la situazione è più sfumata di quanto si possa immaginare.
I cani dominano nettamente in Repubblica Ceca e in Polonia, dove circa il 40% delle famiglie ne possiede uno, così come in Portogallo, Lituania, Irlanda e Spagna.
Da noi, in Francia, invece, è il gatto a regnare sovrano: è presente nel 31% delle famiglie francesi, contro il 20% dei cani. Una preferenza condivisa con Belgio, Austria, Germania e Danimarca.
Ma il titolo inaspettato di Paese più pet-friendly d'Europa va alla Romania, dove il 47% delle famiglie possiede un gatto e il 46% un cane. Praticamente nessuno sfugge alla compagnia di un animale!
Prossima destinazione: l'Asia, dove i numeri raccontano una storia diversa.
In Corea del Sud, soltanto il 31% delle famiglie possiede un animale domestico, seguita da Hong Kong con il 35% e dal Giappone con il 37%. Percentuali nettamente inferiori alla media mondiale.
Attenzione, però, a non confondere «meno animali» con «meno pet parents».
È proprio nella Cina urbana che il fenomeno assume una dimensione quasi filosofica.
Nelle grandi metropoli come Pechino, Shanghai e Shenzhen, una parte dei giovani benestanti e laureati sceglie deliberatamente di avere un animale anziché un figlio.
Questi compagni vengono addirittura soprannominati «mao hai zi», letteralmente «figli di pelo».
Un fenomeno che coincide, senza troppe sorprese, con un crollo della natalità: il tasso di natalità cinese è passato da 12,07 nascite ogni 1.000 abitanti nel 2015 ad appena 6,39 nel 2023.
Facciamo una piccola deviazione verso l'Australia, campionessa assoluta del lusso per animali domestici.
Nel 2025, il 73% delle famiglie australiane possiede un animale, in un mercato stimato a 33 miliardi di dollari australiani.
In tre anni, altre 800.000 famiglie hanno accolto un animale in casa. Questo significa 2,9 milioni di animali domestici in più dal 2021, mentre la spesa per i servizi dedicati agli animali è aumentata del 30% nello stesso periodo.
Gli asili a cinque stelle per cani non sono più uno scherzo. Sono un'intera industria.
E in Francia, come vanno le cose?
Nel 2024 sono stati spesi 6,6 miliardi di euro per gli animali domestici. Nelle nostre case vivono 16,6 milioni di gatti e 9,9 milioni di cani.
Ma soprattutto, il 68% dei proprietari francesi considera il proprio animale un membro della famiglia a tutti gli effetti.
Un solo dato che, da solo, riassume l'intero articolo.
Perché proprio adesso? Che cosa dice davvero la scienza
La spiegazione più facile sarebbe: «Le persone non fanno più figli, quindi prendono un cane al loro posto».
La realtà, però, è più complessa e, francamente, molto più interessante.
I ricercatori che studiano l'argomento descrivono i pet parents senza figli come un fenomeno che riguarda principalmente i Paesi più ricchi.
I tassi più elevati di scelta volontaria di non avere figli si riscontrano proprio nelle nazioni del G7, come Stati Uniti, Germania, Francia, Regno Unito e Giappone.
Un dato di per sé controintuitivo, perché ci si potrebbe aspettare il contrario in società dove le risorse non mancano.
Per alcuni di questi pet parents convinti e senza figli, l'animale diventa una sorta di relazione intermedia: soddisfa il bisogno di prendersi cura di qualcuno, senza gli impegni a tempo pieno che comporta un figlio biologico.
Altri ricercatori preferiscono introdurre delle sfumature anziché trarre conclusioni definitive.
La biologa ungherese Enikő Kubinyi, specialista del comportamento animale, riconosce che alcuni studi suggeriscono che i proprietari di cani abbiano una visione più negativa della genitorialità e che le madri che possiedono un cane trovino l'educazione dei figli più impegnativa.
Ma ricorda subito che le origini del fenomeno sono molto più complesse di un semplice meccanismo di sostituzione.
Alcuni ricercatori arrivano persino a descrivere l'animale come una sorta di «figlio di prova»: una tappa che precede il progetto di formare una famiglia, non qualcosa che lo sostituisce.
Quel che è certo è che questa tendenza è particolarmente diffusa tra le giovani generazioni.
Il 67% dei millennial e della Generazione Z dichiara di preferire avere un cane piuttosto che un figlio.
E questo cambiamento si accompagna a una trasformazione concreta nel mondo del lavoro.
Circa il 60% dei giovani lavoratori americani afferma che lascerebbe il proprio impiego se questo impedisse loro di prendersi adeguatamente cura del proprio animale. Quasi il 10% lo ha già fatto.
Non si tratta quindi di un fenomeno trascurabile, soprattutto considerando che, parallelamente, la Francia ha registrato 663.000 nascite nel 2024, il 21,5% in meno rispetto al 2010.
Correlazione non significa causalità, ma è difficile ignorare la coincidenza temporale di questi sviluppi.
Insomma, essere pet parent non è né una moda passeggera né un capriccio da abitante solitario della città.
È una delle tante risposte a vite che oggi si costruiscono in modo diverso rispetto al passato, con altre priorità, altri vincoli economici e un bisogno di tenerezza che, dal canto suo, non è cambiato di un pelo.
Il nome: il nostro primo vero gesto d'amore
Scegliere il nome del proprio animale è spesso il primissimo gesto da genitore che compiamo. E lo prendiamo molto sul serio.
In Francia, l'archivio nazionale di identificazione degli animali I-CAD tiene addirittura una contabilità meticolosa del fenomeno, con la famosa «lettera dell'anno».
Dopo la V nel 2024, nel 2025 è stato il turno della A, con Aiko in cima alla classifica dei nomi per cani: ben 11.171 cani identificati.
I proprietari di gatti, invece, ignorano allegramente questa regola.
I nomi più scelti per i gatti nel 2025 restano Nala e Simba, che mantengono le prime posizioni per il settimo anno consecutivo, seguiti da Athena.
Il Re Leone ha evidentemente lasciato il segno su diverse generazioni di proprietari di animali.
Nala e Simba figurano, tra l'altro, anche nella classifica dei nomi più utilizzati sia per i cani sia per i gatti. Una prova del fatto che la cultura pop è diventata una vera e propria fonte d'ispirazione per i nomi dei nostri animali.
Ed ecco una statistica che probabilmente vi sorprenderà, perché va contro tutto ciò che ci si potrebbe aspettare:
Oggi diamo ai nostri cani meno nomi umani rispetto a cinquant'anni fa.
La percentuale di cani che ricevono nomi propri tradizionalmente umani è passata dal 50% negli anni Settanta ad appena il 35% di oggi.
In altre parole, più amiamo i nostri animali come membri della famiglia, meno tendiamo a chiamarli «Jean» o «Marie».
La stessa ricerca dimostra inoltre che la scelta di un nome umano varia in base alla razza.
Gli husky ne ricevono meno rispetto agli spaniel, ai chihuahua o ai pitbull.
Anche la regione geografica ha la sua importanza: i francesi dell'Ovest sono più restii a dare al proprio cane un nome umano rispetto agli abitanti del Nord e dell'Est.
Una prova, se mai ce ne fosse bisogno, che persino la sociologia dei nomi dei cani presenta le sue differenze regionali.
Casi insoliti: quando l'animale diventa (quasi) erede
È impossibile parlare di pet parents senza ricordare la storia più rocambolesca del decennio: quella di Choupette, la gatta sacra di Birmania di Karl Lagerfeld.
Alla morte dello stilista nel 2019, la notizia secondo cui la sua gatta avrebbe ereditato una parte del suo patrimonio, stimato in diverse centinaia di milioni, ha fatto il giro del mondo.
Peccato che il diritto francese sia più rigido di quanto si possa pensare.
Un animale non può ereditare perché, pur essendo riconosciuto come un essere dotato di sensibilità, non possiede personalità giuridica.
La soluzione legale?
Il cosiddetto «legs avec charge», ovvero un lascito testamentario con onere.
Consiste nel designare un erede umano incaricato di utilizzare una parte dell'eredità per continuare a prendersi cura dell'animale.
È così che Françoise Caçote, l'ex governante di Karl Lagerfeld, è diventata la custode ufficiale di Choupette, con una somma di circa 1,5 milioni di dollari che sarebbe stata destinata specificamente al suo mantenimento.
Ma la realtà giuridica è talvolta molto meno affascinante della leggenda.
Sette anni dopo la morte dello stilista, Choupette non avrebbe ancora ricevuto nemmeno un centesimo di quell'eredità.
La sua custode dovrebbe provvedere personalmente alle sue necessità, mentre la successione è oggetto di una controversia giudiziaria.
Persino la gatta più ricca del mondo può quindi ritrovarsi intrappolata nei meandri di una successione.
Un buon motivo per ridimensionare, con un sorriso, l'idea che si possa semplicemente «lasciare tutto» al proprio animale senza incontrare alcuna difficoltà.
Un altro ambito in cui gli animali si sono conquistati un vero posto nel diritto di famiglia è il divorzio.
Dal 2022, la Spagna ha cambiato le regole: gli animali domestici vengono ormai presi in considerazione nella gestione dei divorzi, grazie a una legge che si inserisce nella volontà di proteggerli maggiormente all'interno del codice civile.
Un caso aveva del resto già creato un precedente nel 2019.
Riguardava un West Highland Terrier di nome Cachas. Il giudice aveva stabilito la comproprietà dell'animale, disponendo che trascorresse sei mesi presso ciascuno degli ex coniugi e che le spese fossero divise in parti uguali.
Da allora, è un giudice a decidere se sia possibile una custodia alternata, potendo persino imporre il pagamento di un assegno di mantenimento per l'animale.
Un assegno di mantenimento per un cane: vent'anni fa avrebbe probabilmente suscitato qualche sorriso.
Oggi è una pratica giuridica seria.
E che cosa dice la legge?
Questa trasformazione giuridica non riguarda soltanto la Spagna.
In Francia, dal febbraio 2015, il Codice civile descrive gli animali come «esseri viventi dotati di sensibilità», anziché considerarli semplicemente beni mobili.
La Spagna ha seguito questa strada nel 2021, con una legge che si spinge ancora oltre nell'ambito del diritto di famiglia.
Germania, Svizzera, Austria, Francia e Portogallo avevano già riconosciuto gli animali come esseri senzienti prima di allora.
Non è quindi un caso che il termine «pet parent» suoni sempre meno come una battuta privata tra appassionati.
Lentamente ma inesorabilmente, anche il diritto comincia a trarne le conseguenze.
Lo ammettiamo senza problemi. E allora?
In fondo, essere pet parent non significa negare che un animale rimanga un animale.
Significa semplicemente riconoscere, senza alcun imbarazzo, il posto reale che occupa nelle nostre vite.
Il desiderio di prendersi cura di qualcuno. Una presenza che dà struttura alle nostre giornate. E un amore che non ha mai avuto bisogno di una laurea in biologia per essere legittimo.
Che facciate parte del team «nome classico» o del team «nome ispirato al Re Leone», che il vostro budget per le crocchette assomigli o meno alla rata di un prestito personale, una cosa è certa:
Non siete soli. E non siete affatto ridicoli.
Fate parte di un movimento mondiale, documentato, studiato, misurato e, a quanto pare, destinato a durare.
E questa è proprio una bella notizia.
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